Sono 73 le specie di uccelli in aumento negli ultimi dieci anni e 56 quelle in diminuzione (di cui 41 quelle in diminuzione marcata). Va benissimo per il colombaccio (+53% di territori occupati),

per gli acquatici, grazie soprattutto alla gestione delle zone umide (41 specie concentrano la maggior parte della popolazione all'interno delle Zps),
meno bene per gli uccelli tipici dei pascoli e degli arbusteti. Crescono specie problematiche tipiche delle aree urbane (come il cormorano e il gabbiano) e si perdono i piccoli passeriformi, a causa della trasformazione delle campagne e dei pesticidi in agricoltura.

Queste le prime anticipazioni del Rapporto sulla Direttiva Uccelli esplicitate da Lorenzo Serra di Ispra durante la conferenza nazionale sulla biodiversità di giovedì 27 febbraio, il quale, in più passaggi non ha mancato di sottolineare le carenze dell'Istituto scientifico italiano nella determinazione delle variazioni sulle popolazioni dell'avifauna
italiana.

“Ci sono 89 specie per cui non conosciamo i trend” ha detto infatti Serra.
La sproporzione è meno evidente nella prospettiva del lungo periodo (per cui si hanno 93 specie in aumento e 69 in diminuzione). “Il numero di specie di cui non conosciamo la variazione percentuale – evidenzia Serra davanti alla platea di etologi e ornitologi, nonché rappresentanti del Ministero dell'Ambiente che insieme a Ispra ha organizzato la conferenza - è più bassa sul lungo che sul breve periodo. Questo potrebbe dare un'indicazione di quanto poco si sia investito negli ultimi 10-12 anni in conservazione e nello studio degli uccelli”.

Il lavoro in realtà in questi ultimi anni è stato fatto, si corregge poi Serra, ma è mancata quella coordinazione necessaria per mettere tutte le conoscenze in comunicazione tra di loro. “La problematica principale – dice Serra – è che i dati sono estremamente frammentati, diversificati e poco accessibili”.

“Forse non è neanche che si sia investito poco negli ultimi dieci anni sulla conoscenza degli uccelli – dice l'esperto Ispra - , il problema è che è stato investito e si è lavorato spesso in modo disorganizzato”.  Ma in fondo mal comune mezzo gaudio: “la mancanza di stime di trend sono tutto sommato limitazioni comuni a tutti gli altri paesi”, fa presente
Serra, auspicando infine che il network internazionale per tutela della biodiversità faccia da stimolo agli enti finanziatori, tra cui cita Regioni e Parchi, per nuovi progetti che possano portare anche all'implementazione della rete di monitoraggio nazionale della fauna.